La storia della famiglia di Romano e Lidia Levi

La famiglia Levi proviene dal villaggio di Fraciscio di Campodolcino nella valle dello Spluga (vicino ai confini della Svizzera). In quel luogo i Levi operavano come distillatori sino dal XVII secolo. Per più di due secoli questi distillatori si sono mossi verso il Piemonte quando era tempo di vendemmia. Si muovevano con alcuni alambicchi mobili, distillavano localmente, producendo una grappa di alta qualità, principalmente da vinacce di Barolo e Barbaresco (Nebbiolo). Nella seconda metà del XIX secolo alcuni di questi distillatori si spostarono dalla Valle dello Spluga e decisero di rimanere nelle aree dove grandi produttori di vino erano presenti.

Qui installarono alcune importanti Distillerie, non solo in Piemonte ma anche in Lombardia e in Veneto. A Fraciscio di Campodolcino esiste ancora l'antica casa dei Levi, chiamata "casa degli Angeli" perché tutti i capi famiglia si chiamavano Angelo.

Levi Serafino sposò Teresina Balbo ed ebbero due figli: Lidia (1926) e Romano (1928). Circa nel 1920 Serafino decise di spostarsi a Neive perché il territorio produceva grandi vini e c'erano vinacce in grande quantità e di alta qualità. Nel 1924 fondò la sua Distilleria a fuoco diretto ed iniziò l'attività. Serafino morì nel 1937, lasciando Romano, Lidia e la moglie, Teresina Balbo, che continuò a lavorare in Distilleria fino alla sua morte avvenuta nel 1945 a causa di una delle poche bombe che furono lanciate sul paese di Neive sul finire della guerra. Romano aveva solo 17 anni ed era uno studente ad Alba. Decise di smettere di studiare e cominciò a lavorare nella distilleria, dalla quale non si allontanò mai fino alla sua scomparsa, il primo maggio 2008.

L’arte selvatica di Romano Levi

Romano Levi trasformò le etichette della distilleria in un linguaggio personale, fatto di tratti spontanei, figure leggere e frasi nate dall’osservazione quotidiana. Ogni bottiglia diventava un pezzo unico, scritto e disegnato a mano, capace di raccontare il suo modo di vivere la distillazione come gesto umano e poetico. Quell’arte selvatica, riconoscibile e irripetibile, contribuì a rendere celebre il suo lavoro nel mondo.

L’alambicco a fuoco diretto, cuore della distilleria Levi

L’alambicco a fuoco diretto introdotto da Serafino Levi è il centro vivo della distilleria, un apparecchio che richiede presenza costante, sensibilità e un rapporto continuo con il calore. Romano Levi lo definiva un “gioiellino”, certo che, se alimentato e rispettato, sapesse restituire una grappa dal carattere autentico.

Attorno al suo calore si è formata un’identità fatta di stagioni, profumi e attenzione alle sfumature delle vinacce. La scelta di mantenerlo immutato preserva una pratica che rimanda direttamente alla storia dei Levi, offrendo una continuità che dà voce a territorio, mani e memoria.

Le Grappe di Lidia e Romano Levi

La storia delle grappe Levi è un racconto condiviso, frutto del lavoro congiunto di Lidia e Romano, eredi indivisi della distilleria di Neive. Lidia, riservata e di indole severa, viveva al primo piano della casa, dove selezionava e preparava le rarissime grappe alle erbe, opere delicate che richiedevano cura e rigore assoluto. Romano ricordava spesso quanto la presenza della sorella fosse stata decisiva, definendola un sostegno prezioso per equilibrio e disciplina.

Parallelamente, la fama internazionale delle loro bottiglie nasce dalle etichette che Romano iniziò a scrivere a mano nei primi anni Sessanta, arricchendole con frasi e disegni spontanei. Da quel gesto quotidiano prese forma quella che oggi chiamiamo arte selvatica, una cifra unica che ha reso riconoscibili e indimenticabili le loro grappe.

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